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venerdì 14 giugno 2013

Testimonianza esclusiva di una ragazza turca, Lettera di Berivan Keles




Cari lettori,
volevo informarvi di quello che sta accadendo in Turchia in questo momento e di come sono iniziate le cose, per ascoltare una fonte diretta.
Chi è stato ad Istanbul avrà visto Piazza Taksim. Si tratta di una delle più grandi aree aperte in città, che è stata protagonista fino a quest'anno di molte proteste, incontri, ecc. Nei pressi della piazza, dietro la fermata dell'autobus, c'è un parco chiamato "Gezi Park", che è una delle poche aree verdi della Città, nonché l'unico a Taksim. Pochi mesi fa il governo ha deciso di chiudere Piazza Taksim per il traffico automobilistico e aprirla solo per i pedoni. Tuttavia, secondo questo piano Gezi Park sarebbe stato abbattuto per far posto ad un edificio in memoria di un palazzo militare una volta lì presente.
I responsabili del progetto borbottano circa la sorte del palazzo, alcuni hanno detto che sta per essere costruito un centro commerciale (il novantaquattresimo in Città!) altri una sala conferenze, altri addirittura un residance (con appartamenti così costosi da poter essere acquistati "solo da chi già ne possiede altri nove" si dice  - mentre, oh, ci sono milioni di persone che vivono sotto la soglia minima di sopravvivenza), il Primo Ministro Erdogan ha detto che sta per essere costruita una sala d'Opera, ed una Moschea..
Siamo stufi di centri commerciali, fottuti grandi grattacieli e moschee in questa città! 
Quello che vogliamo fare è proteggere le poche aree verdi. 
Alcuni attivisti hanno già raccolto 50.000 firme per fermare i lavori, hanno preparato volantini informativi, hanno comunicato tramite i social media e hanno usato i loro diritti democratici citando in giudizio gli autori di questo piano.
Il giudice ha deciso per la non distruzione del parco, come si voleva, ma in qualche modo(!) la decisione è stata annullata da un altro tribunale. Gli attivisti non si sono fermati e l'azione legale è proseguita. Nel frattempo il primo ministro Erdogan ha detto che ormai "si è deciso" e nessuno può fare nulla al parco ora.
Pochi giorni fa, una notte, mezzi e attrezzature edili, escavatori, bulldozer sono entrati nel parco senza alcuna autorizzazione, in quanto la decisione non è stata fatta dall'ultimo tribunale. La gente, al massimo 50 persone, è andata al parco, ha fermato i veicoli e "occupato" Gezi Park in modo del tutto pacifico.
Portate le tende, si sono accampati nel parco, leggendo libri, cucinando, cantando e ballando assieme. Tuttavia, nelle seguenti due mattine, alle 5, la polizia ha attaccato i manifestanti pacifici in modo assolutamente violento e gratuito: usando gas lacrimogeni e idranti, dando fuoco alle tende con le persone che ci dormivano dentro, ma i manifestanti non sono andati via. Dopo il secondo attacco della polizia hanno organizzato una protesta sui social media, facendo appello a quelle 50.000 persone che avevano firmato.
Il 31 maggio è stato il giorno decisivo, e circa 200.000 persone si sono riunite in piazza Taksim e nelle zone limitrofe. Riunite, hanno protestato innanzi tutto contro la dittatura del Primo Ministro Erdogan, che vede se stesso come l'ultimo sultano ottomano e agisce in modo decisionista. Poi, contro il divieto di protestare in piazza Taksim (quest'anno anche il 1° maggio non è stato consentito in piazza Taksim), contro i recenti divieti di consumo di alcol, contro le espressioni fasciste del Governo rispetto ai diversi aspetti della società turca, contro le ingerenze del governo sul corpo delle donne (il PM ha detto che ogni donna deve partorire almeno tre figli, e i risultati dei test di gravidanza, oltre che l'uso di contraccettivi orali, sono registrati e vengono inviati a mariti o padri delle donne, PM insiste anche affinché l'aborto diventi illegale, così le donne che vogliono abortire, nei fatti, vanno incontro a maltrattamenti negli ospedali).
Per farla breve, molte persone avevano da dire qualcosa e hanno avuto la possibilità di manifestare per sé stesse. La risposta del governo si è avuta con la violenza brutale della polizia. Quel 31 maggio la polizia non ha permesso alle persone di entrare in piazza Taksim, ha chiuso tutti gli accessi alla piazza, usato spray al peperoncino, proiettili di gomma e acqua pressurizzata che contiene anche un qualche tipo di gas lacrimogeno su persone del tutto disarmate e senza protezione, la violenza su chi è stato bloccato non si è fatta attendere. Molte persone sono state arrestate solo perché protestavano, molti sono stati picchiati, ci sono stati molti feriti. La violenza della polizia si è incattivita. Non stavano solo obbedendo agli ordini, stavano, di propria iniziativa, colpendo la gente per le strade, danneggiavano le case e le auto, sparavano i capsuls spray al peperoncino diretti alla testa delle persone. In quel parco e in tutto il Paese le persone manifestavano contro la dittatura di Primo Ministro e contro la violenza della polizia.

Ormai da diversi giorni e notti, la gente unita, a prescindere da partiti o da appartenenze a gruppi particolari, si ribella alla polizia e resiste orgogliosamente ad armi, gas lacrimogeni, pestaggi. La protesta si è diffusa in molte altre città come Izmir, Ankara, Adana, Bursa, Eskişehir, Balıkesir, Mugla, Erzurum etc. La violenza della polizia è insopportabile. Hanno iniziato ad utilizzare un'altra sostanza chimica al posto dello spray al peperoncino, che viene chiamata "agente arancione", la stessa che ha causato 400.000 morti nella guerra del Vietnam. La gente catturata dalla polizia viene costantemente picchiata e torturata nelle camionette e nelle caserme, e le donne sono minacciate di essere violentate. La polizia non pare avere pietà nemmeno per bambini e anziani. Le persone devono scrivere i loro gruppi sanguigni sulle braccia, mostrandolo quando ferite. Le infermerie gestite dai manifestanti assistono persone con traumi cranici, fratture, occhi persi. Diverse persone sono morte, ormai, alcuni a causa delle ferite, altre perché rimaste bloccate nelle camionette.
I media subiscono censure da parte del governo, la maggior parte della gente che non ha accesso ai social network pensa ancora che siamo terroristi. Il primo ministro ha tenuto un discorso in una delle sue tv e ha detto che siamo un gruppo di alcolisti e predoni. Ha anche detto che il 50% del Paese (di suoi fedelissimi) era così arrabbiato per le proteste che voleva attaccare i manifestanti, ma è stato Erdogan stesso a non permetterglielo.

Sto studiando affari marittimi in una delle Università della Turchia. Prima di questo, non ho mai protestato per nulla, non mi sono mai espressa politicamente e non ho mai attaccato alcuna ideologia politica. Ma ho perso la mia imparzialità quando ho visto i miei amici per le strade ed i danni causati dalla polizia.
È facile capire la situazione turca, il Governo prima arresta 32 ragazzi per i loro commenti su Twitter, poi infiltra agenti tra i manifestanti mostrando in tv le violenze di questi "facinorosi".
Equiparano i manifestanti a terroristi, dicono che gettano fuochi d'artificio à-la molotov contro la polizia, che invece cerca il dialogo pacifico.
Il presidente, Recep Tayyip Erdogan ha detto `Non ci sarà alcun perdono d'ora in poi! `. Credete di aver visto perdono nei confronti dei manifestanti nei diversi video che girano su internet?
Molti avvocati vorrebbero difendere i manifestanti in piazza, e avrebbero tutto il titolo di farlo. Scendono in piazza con la toga, non si può arrestare un avvocato con la sua uniforme ma li hanno arrestati. E quando cercano di far valere le loro ragioni di fronte alle mancanze dei poliziotti, questi ribadiscono 'Volete sapere meglio di noi cos'è legale?'. 
Dalla parte della repressione arrivano anche i sostenitori di Erdogan, compreso il presidente della giovanile del AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi - Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) che contribuisce alle violenze. Molti video e foto ritraggono questi elementi difficilmente individuabili.

Ora, ti prego di riflettere su quanto hai appena letto. Ti senti davvero diverso da me? Non credo. Hai mai vissuto tali violenze?
Cari amici, per favore, per favore, ribellatevi per te e per me, per tutti gli amici di Turchia, per tutti i ricordi della Turchia se ci siete mai stati.
Sostieni le proteste contro il fascismo di Erdogan, supporta le proteste contro la repressione, sostieni la Democrazia!

Berivan Keles
(Tradotto da Michele Vacca e Nicola Carelli)

venerdì 7 giugno 2013

Qualcosa su "Razzismo e Cittadinanza" - Michele Vacca

Avevamo diverse cose da dire.
Questa è la verità, abbiamo sentito l’urgenza di mettere a dibattito, in modo orizzontale e da prospettive diverse, una tematica attuale quanto spigolosa, la prima presa in esame - a cui seguiranno altre, ed altri incontri.
“Razzismo e Cittadinanza – vieni a dire la tua” ha come motivo e causa la voglia di sperimentare un modo diverso di fare discussione, per oggetto, invece, la tematica più politica e meno politicizzata che l’attualità ci offre. Il rapporto immigrati-razzismo-diritti.
Ed è l’attualità, croce e delizia, che ci ha fornito gli spunti, gli input per la discussione, ed è dall’attualità e dai megafoni dell’attualità, media tradizionali e social network, che ha preso le mosse, nei diversi interventi, il dibattito.
I media, pretesto e occasione, strumento per la discussione. Rapporto complesso in cui facciamo attenzione a non rimanere impigliati, naturalmente, consci delle capacità dispersive e neutralizzanti.
La discussione -tenutasi al Cenacolo di Atrio San Nicola presso il Centro di Aggregazione Giovanile della Città di Bitonto- è partita con il commento da parte di Mattia Quaratino ad alcuni post, tweet, dichiarazioni di politici e "personaggioni" italiani sul tema immigrazione, l’ironia qui lasciava proprio l’amaro in bocca.
Un secondo intervento, il mio, ha mostrato, facendo continuo riferimento ad articoli di giornale, immagini televisive, siti d’informazione, la banalità razzista che l’attenzione mediatica morbosa e martellante ci presenta, dal caso Kabobo al dibattito sul ddl Cittadinanza della Kienge.
Un terzo intervento, Gaetano Santoruvo,  ci ha spiegato in modo semplice e analitico i passaggi contenuti all’interno della sciagurata legge Bossi-Fini, quella che crea il mostro giuridico dell’illegalità degli immigrati clandestini, mostrando -grazie anche ad alcune scene tratte dal film “Terraferma”- la disumanità e la contraddizione dei suoi regolamenti.
Una testimonianza diretta di razzismo delle istituzioni, impreparate e farraginose, è venuta da Ornela Xhemaj che ha raccontato la difficoltà di accedere alla cittadinanza italiana per lei, una ragazza albanese che da ben sedici anni vive a Bitonto, che rivendica i suoi diritti politici  per poter scegliere da chi essere rappresentata. Questo proprio nel momento in cui è massima la tentazione antipolitica nel nostro Paese, insomma noi "italiani" abbiamo molto da imparare proprio sul piano della cittadinanza da chi italiano fa fatica a diventarlo.
Un’altra testimonianza al riguardo, da un punto di vista differente, è stata quella di Federico Cuscito, attivista antirazzista infaticabile del Socrate Occupato, che ha descritto l’odissea che un ragazzo migrante può subire a causa delle contraddittorie e razziste leggi italiane “votate nel 2008 dall'intero arco parlamentare”.
Chiude gli interventi Gino Ancona, che dipinge il fenomeno migrazione come l’ennesimo riflesso dello Spettacolo mondiale in cui siamo immersi – un inedito Gino Situazionista a dire il vero.

Ps. Come annunciato ieri, il dibattito continua anche al di là degli incontri, “Rise up! Connettiti col mondo” nasce apposta. Cerchiamo di fare da cerniera virtuale per una discussione reale.
E di discussione reale c’è bisogno, a Bitonto e non solo, di discussione che coinvolga e che sia sciolta dai vincoli rigidi dei soliti seminari/dibattiti/conferenze.
Noi sperimenteremo ancora, stay tuned!

Michele Vacca


mercoledì 5 giugno 2013

TRA SIONISMO ED ANTISEMITISMO, OLTRE UN MURO DI BUGIE (I parte) - Vito Pagone, Altea Pericoli






La storia è testimone dei tempi. E’ necessario che essa appaia nella sua completezza e non che venga utilizzata per servire gli interessi del presente. Utopico.

La storiografia contemporanea, i mass media e l’ informazione di massa, ci hanno abituato all’idea che le radici del conflitto Israeliano - Palestinese siano per lo più di carattere religioso, e che tutto nasca, in effetti, a partire dal 1948 o piuttosto dal 1967. Ecco perché, ad avviso di chi scrive, fondamentale - per quanto impossibile - sarebbe abbandonare per un momento l’idea sconnessa e deforme che i mezzi di comunicazione parziali ed irresponsabili imprimono nelle nostre menti, disegnando un immaginario collettivo che assomiglia per nulla alla realtà. Abbiamo assoluto bisogno di sapere che ci sia un colpevole, o semplicemente di non voler capire e cambiare canale…
Il secondo esercizio mentale, sarebbe ripercorrere le fasi precedenti alla fondazione dello stato libero di Israele, che a nostro avviso - e non solo - risultano essere i momenti ove rintracciare le reali origini e cause dell’ apartheid e segregazione razziale che patisce oggi il popolo Palestinese.
Premettiamo che l’analisi, e la riflessione che ne scaturiranno, vogliono essere il meno possibile presuntuose, e giungere effettivamente a definire il perché, ad oggi, il conflitto permanga.
A ben guardare, le cause del conflitto, più che religiose, appaiono politiche ed economiche… Ma quale politica può permettere tutto ciò?
A nostro avviso il primo momento fondamentale da cui partire è sicuramente, la Conferenza di Berlino 1884-1885 (conferenza dell’Africa Occidentale che regolò il commercio europeo in Africa centro-occidentale nelle aree dei fiumi Congo e Niger .) Nell’occasione le principali potenze europee, stilarono un lungo elenco di c.d. "Terre nullius" (terre di nessuno), le terre che erano passibili di occupazione e colonizzazione non appartenendo a nessun popolo, o meglio, erano considerate “di nessuno” proprio perchè i popoli che ci vivevano, anche da millenni, non erano considerate popolazioni che esercitassero effettiva autoritativià sul loro territorio. La Palestina, dal 1400 di propietà dell'Impero Ottomano, rientrò nell’elenco come appunto: “terra di nessuno”, nonostante fosse abitata da sempre dagli arabo palestinesi di religione islamica e da minoranze arabo ebraiche e cristiane che, da sempre, convivevano pacificamente con i primi.
Su questo presupposto, si passa poi ad un altro elemento scriminante. Intorno alla metà del secolo si era messo in moto un processo di matrice ebraica, che mirava a porre fine alla propria diaspora, per mezzo della fondazione di uno stato Ebraico, autonomo ed indipendente, che permettesse la realizzazione del mito millenario del :“ritorno alla terra promessa”.
La prospettiva di una patria per un popolo senza terra, fu accolta in particolar modo, dal movimento Sionista, che nasceva proprio in quegli anni. Il termine sionismo (da Siòn o Siònne, nome della collina di Gerusalemme dove sorge la parte più antica della città e appellativo con il quale, per estensione, gli Ebrei chiamano Gerusalemme) viene utilizzato per indicare il movimento politico di stampo nazionalista che ha sostenuto la necessità di preservare, incrementare e diffondere la coscienza dell'appartenenza alla cultura ebraica attraverso la creazione di uno Stato nazionale ebraico.
Secondo Herzl la necessità di procedere, verso la creazione di uno stato ebraico, sarebbe dovuta avvenire attraverso tre fasi procedurali distinte, ma interdipendenti. La prima fase sarebbe stata la costruzione, all'interno delle comunità ebraiche sparse nel mondo, di una coscienza politica sionista, ovvero della consapevolezza che soltanto l'edificazione di uno stato ebraico può risolvere definitivamente la «questione ebraica», sottraendo gli Ebrei alle vessazioni e alle persecuzioni di cui erano fatti oggetto soprattutto nell'Europa orientale, in Russia e in Polonia. In secondo luogo, la creazione di istituzioni e di organi statuali ebraici, caratterizzati dalla capacità di conciliare le libertà politiche del sistema liberale con le aspirazioni alla giustizia sociale propugnate dai movimenti socialisti. Infine La ricerca del consenso delle grandi potenze, che avrebbero dovuto assumere il ruolo di garanti della costituzione di uno stato ebraico indipendente, preferibilmente in Palestina.
Queste teorie vennero riproposte l’anno successivo in occasione del primo Congresso Sionista Mondiale, su iniziativa dello stesso Herzl, che si tenne a Basilea dal 29 al 31 agosto 1897, congeniato in modo da costituire un movimento permanente grazie all’istituzione dell’ Organizzazione Sionista.
il movimento sionista diede immediatamente impulso, all'attuazione parallela di tutte e tre le fasi del programma di Basilea. A Londra tra il 1899 e il 1900 vennero persino fondati organismi internazionali privati, ritenuti indispensabili per la realizzazione degli scopi del movimento: la Banca Nazionale Ebraica (Jewish Colonial Trust) per raccogliere e amministrare gli ingenti capitali necessari all'acquisto dei territori Palestinesi, ed Il Fondo Nazionale Ebraico (Keren Kayemet Leisrael) per l'acquisto dei terreni stessi. Tra i principali finanziatori del movimento Sionista vi erano lobby di potere e grandi facoltosi ebrei dell’epoca, si pensi che Edmond James de Rothschild, tra i più ricchi banchieri del mondo, acquistò il primo sito in terra Palestinese.
Ad ogni modo, il pensiero Sionista nonostante godesse di ingenti finanziamenti privati ed i suoi componenti fossero radicati all’interno dei poteri politici, nasceva già come minoritario nel dibattito intelletuale interno alla comunità ebraica d’Europa. La dottrina maggioritaria di fatti, da liberisti, a laico-socialisti, ammetteva sì la necessità di una patria per il popolo ebraico, bensì non accettava come identificazione della stessa, la terra di Palestina. Era da scongiurare, infatti, qualsiasi minaccia di derive fanatico-religiose che l’appoggio al movimento Sionista avrebbe potuto comportare.
La svolta decisiva giunge in piena Prima guerra mondiale, all'ingresso delle truppe britanniche a Gerusalemme, strappata all'esercito ottomano nel dicembre 1917, infatti, il Regno Unito si impegna, con una lettera del Segretario per gli Affari Esteri Arthur James Balfour destinata a -guarda caso- Lord Lionel Walter Rothschild, membro del movimento sionista inglese, a mettere a disposizione del movimento nazionalista, in caso di vittoria, dei territori in Palestina per costituire un "focolare nazionale". Il documento, porta il nome di Dichiarazione di Balfour 2 novembre 1917… « Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni ». Mai nulla è stato fatto nel rispetto di questa dichiarazione.
Ci pervengono persino affermazioni dello stesso Herlz (ormai esponente massimo dell’ala moderata dell’organizzazione sionista) che si interrogava sul trattamento da riservare alla popolazione Palestinese lì residente, che sarebbe stata espulsa : “Dovremo sforzarci di espellere le popolazioni povere dall’altro lato della frontiera”; “Quando occuperemo le terre dovremo espropriare gentilmente la proprietà privata degli stati che ci saranno affidati”. L’espulsione, tuttavia, non era l’unico mezzo di sottomissione della popolazione indigena, il piano strategico prevedeva in realtà una soluzione finale diversa : “la popolazione araba sarebbe giusto adatta per servire ai bisogni coloniali degli ebrei”. In maniera chiara veniva così esplicitato il progetto sionista nei confronti dei circa seicentomila palestinesi che allora vivevano in Palestina: schiavitù o espulsione.
E’ chiaro dunque, come l’idea dello stato di Israele nasca sostanzialmente ispirandosi all’uso del terrore su larga scala, della colonizzazione, spoliazione, umiliazione e vessazione del popolo Palestinese indigeno… Ma vediamo.
Dalla dichiarazione di Balfour, fino al 1947, assistiamo ai primi asprissimi scontri tra i residenti Arabi e i colonizzatori Ebrei sedati duramente dall’esercito Britannico che occupava militarmente il territorio, garantendo allo stesso tempo l’immigrazione Ebraica. Le osilità non accennavano a mitigarsi nemmeno con l’intervento politico Inglese che imponeva piani di spartizione del territorio. La situazione cominciò a complicarsi irreversibilmente con lo scoppio della seconda guerra mondiale, i flussi migratori ebraici aumentarono a dismisura a causa della persecuzione Nazista in Europa, nacquero organizzazioni terroriste ebraiche, anch’esse di ispirazione nazionalista, (es. l'Irgun Zwai Leum, la banda Stern, Haganah ) che perpetuarono violenze, e persecuzioni ai danni della popolazione civile Palestinese e attacchi persino all’esercito Britannico.
La risoluzione comunque, non fu mai accettata dai Palestinesi espropriati, e fu oggetto di denuncia degli altri stati arabi per l’iniquità della spartizione che vedeva il popolo Palestinese penalizzato, espropriato e defraudato dei propri diritti.


Fondatore del pensiero Sionista è considerato Theodor Herzl, giornalista Ashkenazita assimilato suddito dell'Impero austro-ungarico. Herzl si impose nel dibattito interno agli ebrei d’ Europa con il suo libro : Der Judenstaat del 1896, opera che viene tutt’ora considerata il manifesto politico-programmatico del pensiero Sionista.

Non avendo ottenuto il sostegno ufficiale dell'Impero Ottomano, (il territorio in questione era conteso dalle più grandi potenze coloniali dell’epoca, per la vicinanza al canale di Suez, strategico dal punto di vista commerciale) fino al 1917 l'Organizzazione Sionista perseguì comunque l'obiettivo della costruzione di una patria in Palestina, mediante una strategia di immigrazione su piccola scala (c.d. aliyah), grazie agli ingenti finanziamenti di cui il movimento stesso godeva.


Da segnalare che il 16 settembre 1948, il mediatore delle Nazioni Unite, lo svedese conte Folke Bernadotte, aprì un’inchiesta di denuncia delle violenze Sioniste a danno dei residenti palestinesi. Il giorno successivo, lo stesso Bernadotte fu assassinato da Yehoshua Cohen e Nathan Friedman-Yellin, attivisti Sionisti, che non solo non furono mai puniti dalle autorità Israeliane, ma entrarono successivamente a far parte del governo dello stato di Israele.


Nel 1947, l'Inghilterra rinunciò al mandato di permanenza in terra di Palestina, annunciando il ritiro delle truppe entro un anno. Nello stesso anno le Nazioni Unite approvano il piano di spartizione della Palestina che concede agli Ebrei Israeliani che costituivano ora il 33% della popolazione, il 56% dei territori e l'80% delle terre coltivate a grano. Il 42% della terra di Palestina, veniva invece lasciato agli Arabi Palestinesi, che venivano penalizzati ulteriormente per non avere più sbocco sul mare e nessun collegamento con l'Egitto. A questo punto l’invasione Israeliana, e la comunità di Ebrei Israeliani ormai stabilitasi in Palestina attraverso i piani di immigrazione su piccola scala, nonostante radicatasi nel territorio con la forza, trova finalmente la sua legittimazione ad abitare le terre Arabe della Palestina in una risoluzione delle Nazioni Unite.


Continua

Vito Pagone, Altea Pericoli